È forse l’era delle Start Up? Intervista a Federico Guerrini.


Sfatiamo subito il mito che basti avere un’idea per dar vita a una Startup, o che un team di lavoro eccellente porterà ad un sicuro successo della propria applicazione. Apriamo invece le porte alla dea della fortuna e alla forte volontà e voglia di farcela. La prima parola da imparare infatti, quando si decide di inoltrarsi nel mondo delle startup, è “fallimento”, ma non come sconfitta ma come “crescita” e conseguente “risalita”. Gli incubatori, sia in Italia che nel resto del mondo si stanno moltiplicando a dismisura e con sé portano nell’oblio milioni di euro e di dollari di investitori pubblici e privati.

Secondo uno studio pubblicato da Italia Startup, l’associazione di categoria delle neo-imprese italiane, in Italia attualmente sono presenti 1.227 imprese innovative, 113 startup hi-tech finanziate, 97 incubatori e acceleratori, 32 investitori istituzionali, 40 parchi scientifici e tecnologici, 65 spazi di coworking e 33 competizioni dedicate al mondo delle startup. Ma se da una parte c’è chi riesce a prendere il volo verso il successo, dall’altra una gran fetta di queste non è in grado di avviare aziende. Circa l’80-85% infatti, non arriverebbe ai primi 3/5 anni di vita.
Un dato importante che non deve in alcun modo scoraggiare tutti coloro che hanno tra le mani un’idea che non desidera altro che diventare “l’idea” ed aggiungersi così a tutte quelle intuizioni che gattonando hanno imparato a camminare e a correre verso il successo.
Il fallimento come opportunità dunque, come occasione di rivincita e riappropriazione del proprio spazio all’interno di un panorama digitale sempre più diversificato e complesso.
Approfondiamo l’argomento con Federico Guerrini, scrittore e giornalista specializzato nel settore high tech e delle startup italiane.
Come professionista del settore ha avuto la possibilità di sperimentare diverse realtà dello scenario tech, non solo in Italia ma anche all’estero. Abbiamo parlato della nascita e dell’evoluzione di un’idea concreta, che sfocerà in progetto vincente, solo se si avrà la consapevolezza delle possibilità di poter fallire. In base alla sua esperienza e a particolari e rilevanti incontri, esiste una differenza nel modo di vivere il fallimento tra l'imprenditore estero/italiano? 

In realtà di imprenditori che sono “falliti”, giuridicamente parlando, non ne ho incontrati. Ho parlato invece con diversi che erano falliti nel senso che avevano lanciato progetti che non erano andati in porto. Ma questo è normale e non è nemmeno un grosso problema, dal punto di vista finanziario dato che, di solito e per quel che riguarda le startup Web gli investimenti iniziali non sono ingenti. In questo non credo ci siano differenze di nazionalità. Il problema è, invece, quando si va nel fallimento legale. Allora questo in Italia, è una sorta di stigma che ti accompagna e da cui è difficile liberarsi.

Il fenomeno delle start up in Italia sta dilagando ed affermando come una vera “moda”. Si tratta davvero di una “moda del momento”, nata dall’intenzione di giovani ventenni e non solo, di crearsi un “proprio lavoro” oppure casi di successo come Twitter o Facebook hanno contribuito all'iniezione di fiducia che sta attraversando centinaia di ragazzi italiani?

Un po' tutte e due, credo. C'è molto hype e marketing da parte di soggetti che hanno interesse a che il settore si sviluppi, perché ne avrebbero un ritorno economico (e non c'è niente di male in questo), ma c'è anche l'esigenza sentita, da parte di una generazione, o anche più d'una, che si sente ai margini, di trovare un proprio posto al sole. E si pensa che il settore delle startup possa dare questa possibilità senza dover cedere a compromessi umilianti come fare il portaborse di qualche professore universitario o di qualche politico o subire i ricatti dei finti stage e del precariato.

Da qualche anno anche nel nostro paese, si è diffusa fortemente la pratica di coworking che mette a disposizione di freelance e liberi professionisti, spazi all’interno dei quali possano sviluppare le proprie idee, in un clima di interazione e scambio reciproco. Un gradino più in alto troviamo posizionati gli incubatori/acceleratori che, oltre al coworking, introducono una serie di attività di "mentoring" e "accelerazione". Ha avuto esperienze ravvicinate con queste strutture? Quale consiglierebbe ad una startup alle prime armi?

Qualcuna. Il coworking è un ottimo modo per fare conoscenze interessanti. Per quanto riguarda gli incubatori e affini, consiglierei di informarsi bene, prima di accettare un'ospitalità interessata, in cambio della quale di solito si devono prima o poi cedere quote della società. Ci sono incubatori molto seri e altri che ci marciano un po', svolgendo una funzione un po' da “immobiliaristi”.

Rimanendo sull'argomento, pensa che gli incubatori Italiani siano al livello dei "colleghi" oltre oceano? Se fosse a capo di un incubatore nostrano, quali sono i servizi che offrirebbe alle startup rispetto a quelli già attivi?

Mah, non credo di avere le competenze per fare valutazioni di questo genere, per quanto riguarda il primo punto. Per il secondo, se mantenessero quello che promettono, specie per quel che riguarda i contatti con investitori e il network, sarebbe già più che abbastanza.

In Italia abbiamo bisogno di personalità che testimonino l’evoluzione digitale a livello globale. In un momento in cui sembra più facile arrendersi invece che reagire, qual’è a suo parere la formula segreta per continuare a riporre fiducia negli spiragli intermittenti di risalita del nostro paese e di non puntare invece il naso oltreoceano?

Premesso che non guarderei solo Oltreoceano ma anche a Uk e Germania, forse le sembrerò ingenuo o bacchettone, ma credo che il problema principale nostro sia un problema di fiducia. Di fiducia degli uni verso gli altri e della comunità verso le istituzioni. Purtroppo anni di malcostume hanno minato alla base il sentimento civico, che già in Italia non è mai stato fortissimo. Se non c'è un minimo di accordo sulle principali regole del vivere comune, non c'è innovazione che tenga, o almeno son casi sporadici, che fanno notizia, ma non fanno primavera. È inutile lamentarsi che in altri paesi le tasse sono più basse: per forza, lì le pagano tutti, o almeno gran parte. Rimettiamo in piedi come coesione sociale, e il resto verrà da sé.

Postato da Luca Bizzarri