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Sto costruendo il brand ma intanto cosa faccio, comunico o mi fermo?

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Chi decide di rimettere a fuoco il brand, prima o poi arriva alla stessa domanda: e adesso la comunicazione la fermo, e aspetto che il brand sia pronto? Oppure continuo, e rischio di buttare mesi di lavoro fatti nella direzione sbagliata? È una domanda corretta e la sento spesso, perché nasce dal desiderio di fare le cose per bene. Il problema è che la risposta istintiva, fermarsi e aspettare, è quasi sempre quella che costa di più. Vediamo perché fermarsi non serve, cosa fare davvero nei mesi in cui il brand si costruisce, in che ordine, e come far sì che quel lavoro alimenti il brand invece di essere tempo perso.

 

Perché ci si ferma, anche quando non conviene

La costruzione di un brand serio non è una cosa da un pomeriggio. Una Discovery fatta bene, la direzione decisa, i materiali riallineati, sono settimane, a volte anche mesi quando l’azienda è particolarmente poco ingaggiata oppure ci sono troppe persone coinvolte (cosa che cerchiamo di evitare ma che non è sempre possibile).

E in quei mesi si apre un vuoto. La sensazione è che qualsiasi cosa pubblichi ora dovrà essere rifatta quando il brand sarà “quello nuovo”, quindi tanto vale non pubblicare niente e aspettare.

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Questo blocco ha un nome, che non è pigrizia ma è una forma di paralisi da analisi. Davanti all’incertezza, quando non hai ancora la direzione definitiva scritta nero su bianco, il cervello preferisce non muoversi. Una mossa fatta e poi rivelatasi imperfetta è un errore visibile, che pesa. I mesi passati in silenzio invece sono un costo invisibile, e il cervello lo sconta come se non esistesse. Più cerchi la certezza totale prima di agire, più resti fermo. Ma la certezza totale, sul brand, non arriva mai del tutto. Se aspetti che sia perfetto per ripartire, non riparti.

Come dicono molti dei miei mentori americani, “done is better than perfect”. Cioè, intanto fallo che qualsiasi cosa tu faccia (purché vada nella giusta direzione) è meglio che stare fermo.

E c’è una cosa che di solito non si considera: fermarsi non è neutro. Il silenzio è a sua volta una comunicazione. Un cliente che ti seguiva, un prospect che ti aveva adocchiato, una persona che stavi valutando di assumere, se per tre mesi non vedono più niente non pensano “staranno lavorando al brand”. Pensano che non stia succedendo nulla. Il mercato non mette in pausa la sua percezione di te solo perché tu hai messo in pausa la comunicazione.

La domanda giusta non è quanto aspetto, è cosa parte subito

Costruire il brand e comunicare non sono due fasi in fila, prima una e poi l’altra. La direzione, cioè il cuore del brand, si decide relativamente presto. Sono i materiali finiti, il sito nuovo, la brochure stampata, il restyling, che richiedono tempo. Ma tu non hai bisogno del sito nuovo per continuare a comunicare bene. Hai bisogno della direzione, da fare delle scelte, di prendere posizione e queste arrivano prima di tutto il resto.

Quindi la domanda non è “quanti mesi resto fermo” ma è “cosa posso far partire già adesso, con la direzione che sto decidendo, senza aspettare che ogni materiale sia perfetto”. La differenza tra le due domande cambia tutto perché la prima ti tiene in attesa e la seconda invece ti mette in movimento. E il movimento, nei mesi di costruzione, si organizza in tre mosse.

Prima mossa: non fermarsi

Il brand non è un cantiere che chiude la strada. È più simile a un ristorante che ristruttura la sala ma tiene aperta la cucina. Nessuno chiude per due mesi con un cartello “torniamo col nuovo look”, perché quando riapri i clienti abituali hanno già preso l’abitudine di andare altrove.

Nei mesi di costruzione la voce resta accesa. Non serve pubblicare di più, serve non sparire. Bastano pochi contenuti che raccontano come lavori, cosa stai imparando, come ragioni su un tema del tuo settore. Non hanno bisogno del brand “finito” per esistere, perché non parlano del logo o della palette, parlano di te e del tuo modo di stare sul mercato e quelli puoi produrli da subito.

La costanza qui conta più della perfezione. Il ritorno non arriva da un colpo di genio in una settimana, arriva dal non essersi fermati: mesi di presenza costante, con una direzione chiara sotto, valgono più del lancio perfetto rimandato.

Seconda mossa: dare priorità

Non fermarsi non vuol dire fare tutto insieme ma vuol dire scegliere l’ordine giusto. Nei mesi di costruzione non tutte le cose valgono uguale e l’errore più comune è partire da quelle sbagliate, di solito le più visibili e le più gratificanti, come il logo o l’estetica del sito.

L’ordine che funziona è però un altro. Prima la direzione, perché sblocca tutto il resto: appena hai deciso chi sei e perché ti scelgono, ogni contenuto inizia a remare nella direzione giusta. Poi i materiali più vicini ai soldi: quello che dice il commerciale in trattativa, la pagina che presenta l’offerta, la risposta alle tre domande che i clienti fanno sempre prima di comprare. Sono i punti in cui il brand tocca il fatturato e sono quelli che ripagano subito il lavoro. Il restyling del logo e il sito nuovo completo possono aspettare che il brand sia definito, perché sono la conseguenza della direzione, non la sua causa.

È la stessa logica di un trasloco. Quando arrivi nella casa nuova sistemi prima la cucina e il letto, non i quadri alle pareti. Non perché i quadri non contino, ma perché la sera devi mangiare e dormire. La priorità si dà per impatto, non per gusto.

Terza mossa: capire cosa è efficace

Questa è la mossa che trasforma i mesi di costruzione da tempo morto a lavoro che rende doppio. Mentre continui a comunicare, stai anche ascoltando. Ogni contenuto che pubblichi ti dice qualcosa: quale argomento ha fatto scrivere qualcuno, quale domanda torna nei commenti e nelle mail, quale frase la gente ripete quando parla di te. Quelle non sono metriche di vanità, sono materiale grezzo per il brand.

Perché la Discovery e la costruzione del brand non avvengono in una stanza chiusa, staccate dal mercato. Si nutrono proprio di quei segnali. Se in questi mesi scopri che una certa cosa che dici colpisce sempre, quella cosa entra nel brand. Se scopri che una domanda torna di continuo, quella domanda ti dice cosa il mercato non ha ancora capito di te. Comunicare mentre costruisci non è una perdita di tempo rispetto alla costruzione. È parte della costruzione.

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È la differenza tra la prova d’orchestra e il concerto. Alla prova suoni davvero, per sentire cosa stona e aggiustarlo prima. Non aspetti la sera della prima per scoprire che un passaggio non funziona. I mesi di costruzione sono la tua prova: pubblichi per imparare, e quello che impari lo metti nel brand.

Ma così non rischio di confondere il mercato?

È l’obiezione più frequente, ed è legittima. Il timore è questo: se sto cambiando direzione, continuare a comunicare nel frattempo non manda un messaggio incoerente, prima in un modo e poi in un altro? La risposta è che dipende da cosa comunichi.

Se nel frattempo pubblichi cose legate all’immagine vecchia che stai abbandonando, il logo, i claim datati, l’estetica in via di dismissione, allora sì, crei rumore. Ma non è quello che serve fare. I contenuti del frattempo non parlano della tua confezione, parlano del tuo modo di ragionare e di lavorare, e quello non cambia con il restyling. Anzi, di solito è la parte più stabile di te, quella che resta identica prima e dopo la Discovery.

Un imprenditore che spiega come affronta un problema tipico del suo settore è coerente oggi come lo sarà tra sei mesi. Non sta anticipando il brand nuovo e non sta difendendo quello vecchio, sta semplicemente restando presente su ciò che non dipende dalla grafica. Il mercato non si confonde per questo. Si confonde, semmai, quando spari dieci messaggi diversi tutti insieme, che è esattamente il problema che la direzione serve a risolvere.

Cosa cambia quando smetti di aspettare

Chi si ferma e aspetta arriva al brand nuovo dopo mesi di silenzio, con un mercato che nel frattempo si è raffreddato, e con la costruzione fatta al buio, senza il ritorno del mercato reale. Chi invece tiene la voce accesa, dà priorità ai punti giusti e ascolta cosa funziona, arriva allo stesso traguardo con un pubblico che non si è spento, con i materiali che contano già sistemati, e con un brand più affilato, perché costruito anche sui segnali veri raccolti lungo la strada.

Il punto non è comunicare di più mentre costruisci. È comunicare con criterio: non fermarsi, dare priorità, capire cosa funziona. Il lavoro fatto nel frattempo non è tempo perso in attesa del brand. È il brand che si costruisce anche così.

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